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Le cisterne pugliesi: l'ingegno dell'acqua in terra carsica

2026-02-01
Le cisterne pugliesi: l'ingegno dell'acqua in terra carsica

Il problema dell'acqua in Puglia

La Puglia è una regione con forti vincoli climatici: estati calde e secche, precipitazioni distribuite irregolarmente, terreno carsico e povero di acqua superficiale stabile. In questo contesto la raccolta, lo stoccaggio e la gestione dell'acqua piovana sono stati fondamentali per la vita rurale, urbana e perfino religiosa fin dall'antichità.

Le cisterne sono la risposta architettonica a questa sfida: strutture sotterranee o semi-ipogee, integrate in edifici storici, masserie, trulli o isolate nei territori rurali, progettate per conservare ogni goccia d'acqua piovana.

Come erano costruite

La struttura tipica prevede un vano rettangolare o parallelepipedo, con volta a botte o a padiglione. Le pareti perimetrali sono realizzate con pietra locale — calcare, carparo, tufo — oppure ricavate direttamente scavando nella roccia per le strutture ipogee.

La parte scavata nel terreno garantiva stabilità termica, minor evaporazione e protezione naturale.

L'impermeabilizzazione: il segreto della tenuta

L'aspetto più critico di una cisterna è la stagnatura, cioè la capacità di impedire perdite e infiltrazioni sia dal fondo che dalle pareti, per preservare l'acqua ed evitare contaminazioni esterne.

Le tecniche usate in Puglia erano sofisticate:

  • Cocciopesto / Opus signinum: miscela di calce, sabbia e frammenti di laterizi o tegole, applicata come rivestimento interno su pavimento e pareti. Questa malta era molto usata anche nei serbatoi romani per garantire la tenuta all'acqua.
  • Intonaci idraulici: malte con calce idraulica per le volte e le pareti, con aggiunte di aggregati e talvolta pozzolana. Queste permettevano l'indurimento anche in ambienti umidi.
  • Raccordi a guscio: tutti i raccordi tra pareti e pavimento venivano arrotondati per evitare spigoli dove l'acqua potrebbe accumularsi o infiltrarsi. Le curvature facilitavano anche la pulizia.

I materiali

I materiali utilizzati erano tutti reperibili localmente: calce aerea e idraulica, frammenti di tegole e cocci per il cocciopesto, sabbia e pietrisco locale, pietra calcarea, carparo e tufo per le strutture di contenimento.

Il declino e il valore del recupero

Con la costruzione dell'Acquedotto Pugliese nel XX secolo, la dipendenza dalle cisterne private per l'acqua potabile si è ridotta drasticamente. Ma l'uso agricolo e domestico è rimasto importante: molte cisterne erano funzionanti fino a pochi decenni fa.

Dove la manutenzione è stata trascurata — pulizia, decantazione, riparazione degli intonaci — il degrado ha accelerato l'abbandono. Eppure il recupero di questi manufatti ha una doppia valenza: storica, perché il sistema di raccolta acque con cisterne è un elemento caratteristico del paesaggio agrario pugliese; ed ecologica, perché consente di raccogliere le acque piovane per riutilizzarle, con notevole risparmio energetico e aumento dell'indice di sostenibilità.

Un esempio concreto: la cisterna di Palagianello

Un caso documentato è l'intervento di recupero di una cisterna nel territorio di Palagianello (TA), costruita presumibilmente alla fine dell'Ottocento. La struttura era scavata nel banco tufaceo e impermeabilizzata con un materiale simile al cocciopesto, utilizzata per il recupero delle acque piovane annesso a un muretto a secco.

!Sezione tecnica della cisterna di Palagianello

L'intervento, documentato dall'ing. Pietro Gigante nel 2025, testimonia come il recupero di queste strutture sia non solo possibile ma anche desiderabile, unendo conservazione del patrimonio e sostenibilità ambientale.